La verità occulta tra il mago, il regista e altre comparse – Quaderni d'Altri Tempi

2022-03-18 05:43:08 By : Ms. Thea Lee

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Franco Rol Fellini & Rol Una realtà magica Reverdito Editore, Trento, 2022 pp. 462, € 29,00

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Difficile esprimere un’opinione sulle meraviglie legate alla figura del grande sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol (1903-1994). Testimonianza importante della sua attività medianica e dei suoi esperimenti miracolosi è il libro Fellini & Rol scritto dal suo lontano cugino, testimone e biografo, Franco Rol, che racconta il lungo e costante rapporto di devota amicizia intercorso fra il medium torinese e il sommo regista. Anche se Rol non amava definirsi, ed essere definito, un mago, molti dei suoi esperimenti non hanno altra spiegazione che il coinvolgimento di abilità incantatorie sicuramente arcane. Tecniche come il trasferimento di coscienza, cioè la capacità, sicuramente ipnotica, di agire su un soggetto passivo e modificarne la percezione sensoriale, sono abilità da sempre ascritte a quella specifica branca della magia che è d’uso chiamare teurgia (Dodds, 2015). La teurgia, vedremo, è un’arte divina e demiurgica, creativa, i suoi grandi maestri furono i tardi filosofi neoplatonici. In un frammento della Philosophia ex oraculis, Porfirio parla dell’azione che il teurgo pone in essere sugli dèi. Questa azione divina non può essere definita una costrizione nel senso profano del termine, giacché ciò sarebbe irrispettoso nei confronti degli dèi. Porfirio escogita quindi un neologismo formato dalla crasi di due termini: necessità (anankē) e persuasione (peithō). Il risultato è che il teurgo quando opera sugli dèi, riesce a porre in essere una suadente necessità (peithanankē), un soggiogamento erotico, tale da trasformare il teurgo in un soggetto divino, un operatore di miracoli (cfr. Porfirio in Girgenti e Muscolino, 2011).

Fenomeni come quelli raccontati nel libro, in cui il medium Rol attraversa ostacoli e oggetti, fa sparire le cose, si biloca, sono tutte espressioni di un potere mentale che agisce attivamente edificando nella mente altrui spazi fittizi, luoghi di godimento irreali, ma concreti nella percezione della vittima. Ciò si realizza dal momento che anche la volontà, il Sé e l’inconscio sono fuori della nostra coscienza. Noi non possiamo sapere o accertare cosa stia accadendo, dato che non possiamo uscire da noi stessi, dalla nostra rappresentazione o coscienza. Forse però possiamo in qualche modo arrivarci indirettamente ‒ e qui agisce la volontà magica ‒ in quella che allora sarà la realtà che noi potremo conoscere, la realtà reale appunto. Tutto questo crea anche l’illusione che determinate facoltà o poteri possano essere acquisiti con la pratica. Nulla di più errato. Una tassonomia sull’argomento ha dimostrato che in genere chi si ritrova particolari poteri, li possiede come dono innato e non riesce a controllarli, al contrario chi tenta di acquisirli con pratiche varie, arriva a poco o nulla, al massimo riesce a prevedere un’ambata al lotto. In ogni caso, riguardo a Gustavo Adolfo Rol la domanda è ineludibile: mago, medium o abile illusionista? La leggenda nera trascritta da uno dei suoi primi seguaci e biografi, Pitigrilli (1893-1975) narra di qualità paranormali scoperte e sviluppate in seguito all’incontro con un fantomatico polacco (mago? cabbalista? illusionista? impostore?) in una pensione di Marsiglia in Francia. Tutto questo lo leggiamo in Gusto per il mistero, un libro del 1954 in cui Pitigrilli riunì una serie di articoli che andava pubblicando ne La Razón, un giornale argentino di impronta peronista.

Pitigrilli, al secolo Dino Segre, scontava in Argentina un esilio causato dalla sua collaborazione, durante il ventennio, come informatore e agente dell’OVRA “Opera Vigilanza Repressione Antifascismo”, la polizia segreta del regime, un allontanamento durato dal 1948 al 1958. Passato nel frattempo dall’ateismo al cattolicesimo e rientrato in Europa, si stabilì a Parigi, tornando di tanto in tanto in Italia per trovare la famiglia, che era rimasta a Torino. Proprio a Torino, anni prima, era stato reclutato come spia a pagamento. Un diabolico intrigo nato dalla falsa accusa di antifascismo mossagli dalla sua ex-amante, la poetessa Amalia Guglielminetti (1881-1941): alla prospettiva di essere etichettato come oppositore del regime e finire in galera oppure al confino, il Pitigrilli preferì l’arruolamento nella polizia segreta. Gusto per il mistero è una sorta di affresco su un mondo, quello della parapsicologia e dei fenomeni occulti, che sembra precorrere gli scenari new age contemporanei. Pitigrilli tenta di confermare, con il racconto di eventi misteriosi e inspiegabili, la rinata fede nel sovrannaturale. Determinante è l’incontro con Rol, a cui dedica ben quattro capitoli del libro. Accanto a Rol è evocata anche la figura di un altro noto mago e medium nostrano, Giuliano Kremmerz, al secolo Ciro Formisano (1861-1930). Personaggio alquanto controverso, fondatore o continuatore di una Schola sapienziale italica, Kremmerz sembra aver tratto gran parte della sua dottrina da quel fluido e cangiante mondo culturale che era la Napoli ottocentesca, crocevia di culture, massonerie rivisitate in vesti egizie, turismi sessuali mascherati da Grand Tour e rigurgiti di religiosità ipogee. A fine Ottocento Kremmerz fu patrocinatore delle Accademie ermetiche, meglio note come “Fratellanza Terapeutica Magica di Myriam” (si trattava della profetessa sorella di Mosè e Aronne, il cui nome trascritto correttamente è Miryam), un ruolo che ne incrementò il prestigio di grande mago operatore di prodigi e miracoli. Da un universo sotterraneo, occulto, giungeva anche la cerchia neoplatonica a cui faceva riferimento Kremmerz.

Figura di spicco di questo cenacolo erudito era Giustiniano Lebano (1832-1910), noto anche come lo stregone di Torre Annunziata, avvocato e rivificatore di arcaici fasti teurgici di un rinato Grande Oriente Egizio, in una sequela filosofica che aveva quali punti di riferimento il De caelo di Aristotele e il Cratilo di Platone. Pitigrilli sembra fortemente influenzato dagli insegnamenti di Kremmerz, poiché sovente lo menziona per bocca di un suo intimo discepolo, Giovanni Bonabitacola (1890-1945), medico e animatore del Circolo Virgiliano, il cenacolo kremmerziano di Roma. Probabilmente uno dei compiti di Pitigrilli era d’infiltrarsi in queste cerchie più o meno esoteriche: sottile è infatti il confine che separa lo spione dallo spiato. Kremmerz è chiamato in causa nel valutare i poteri del medium polacco iniziatore di Rol ai segreti dell’arte magica. Uno dei princìpi su cui si basa l’agire magico è la volontà, è attraverso di essa che il mago esteriorizza i propositi interiori; non è importante che Dio esista o non esista: se esiste il mago non può sfuggirgli, tutto è sua volontà, mentre se è egli stesso che vuol farsi Dio, la esegue immantinente. È ciò che afferma ridendo lo straniero a Rol:

“… «Dio non esiste», mi disse; e mi domandò se io ammettevo che con la volontà si potessero immobilizzare le lancette dell’orologio. Eravamo sulla Canebière. “Che ora segna? – e mi indicò l’orologio luminoso della Borsa – «Le nove e un quarto». «Io lo fermo». E l’orologio si arrestò” (Pitigrilli 1954).

Pitigrilli riferì l’episodio all’amico Bonabitacola, che ridimensionò l’episodio; il maestro, Kremmerz, era ben più potente a livello magico: in piena via Toledo, nel centro di Napoli, provocò la caduta di una ruota a una carrozza, facendola schiantare. Un’opera di ordinaria magia, niente di particolarmente trascendente.  Questo medium polacco esistette veramente e insegnò veramente a Rol i rudimenti dell’arte incantatoria:

“…Tornati a casa… mi fece assistere ad alcuni esperimenti per mezzo delle carte… Mi disse a quali esercizi ci si deve sottomettere, in quale stato d’animo ci si deve collocare. Mi insegnò a riconoscere, col semplice passaggio delle mani, il colore di tutto un mazzo di carte rovesciate. Mi disse le più elementari formule…” (ibidem).

Da quanto leggiamo in Pitigrilli, tali insegnamenti vertevano su tecniche di visualizzazione mentale associate alla percezione cromatica; tecniche psichiche finalizzate a disciplinare la mente nel conseguimento di specifici obbiettivi. Una di esse è raccontata nel libro, e consiste

“nello immaginare un piano tutto verde, come un prato senza alberi, senza particolari che turbino l’uniformità del verde; immagina di essere sommerso in un’immensità di vernice verde. Tu vuoi che tutte le carte di questo mazzo si dispongano in un certo ordine? Chiedilo mentalmente e poi immagina il verde; nel momento in cui tu «vedi» il verde, la trasformazione è avvenuta…” (ibidem).

L’intento del polacco era convincere Rol, profondo credente, che la fede era un niente e i miracoli una sapiente mistificazione – un’abile opera di mentalismo diremmo oggi. A tale scopo entrambi si recarono a Lourdes, dove assistettero in prima persona a una guarigione: il miracolo provocò una metanoia, una reale conversione nel mago polacco, il quale ritornato a Marsilia bruciò libri e manoscritti magici:

“…mi espresse il suo rincrescimento per avermi insegnato appena qualche cosa senza spiegarmene il senso, e mi disse che il più lo avrei imparato da me…” (ibidem).

Il mago in seguitò si ritirò, come fratello laico, in un monastero della Savoia, pregando Rol di non cercarlo più: altra era la magia al quale la visione del miracolo l’aveva, suo malgrado, iniziato. Ma il misterioso personaggio aveva ormai indelebilmente segnato l’esistenza del sensitivo torinese, trasformandosi in una specie di suo spirito guida o, per usare un’espressione dello stesso Rol, uno spirito intelligente. Ai tempi della frequentazione con Pitigrilli Rol era un uomo di mezza età. Suo padre era direttore di una banca famosa, e l’agiatezza della sua famiglia gli permise di addottorarsi in legge, di vivere aristocraticamente in un clima di arte, di buon gusto e di bellezza (cfr. Lugli, 1997). Collezionista di oggetti antichi, intenditore di musica, fornito di una cultura enciclopedica, viaggiatore, sposato a una bionda scandinava, Elna, trascorreva una vita da gran signore in un palazzo gentilizio della vecchia Torino, comodo alle passeggiate in riva al Po, vicinissimo al Parco del Valentino (oggi purtroppo inurbato da spacciatori e tossicomani). Una vita moralmente ineccepibile (cfr. Pitigrilli, 1954) simile a quella condotta dai teurghi dell’antichità, i maghi neoplatonici abili nel compiere azioni divine (cfr. Giamblico, in Des Places, 1966) e creare gli dèi (cfr. Van Liefferinge, 1999; Lewy, 2011).

La parola teurgia era un composto di due vocaboli: theos “dio” ed ergon “opera” oppure ergazomai “fabbricare, produrre”, in essa confluivano dunque i due significati di “compimento di azioni divine” e quello di “arte di creare gli dèi”. Essa tendeva a stabilire una relazione privilegiata tra i teurghi e le divinità, al fine di congiungersi con esse e beneficiare della loro forza. La teurgia era una tecnica rivelata dagli dèi per permettere a una cerchia ristretta di uomini, i teurghi, il contatto con il divino. Anche Rol sosteneva di fruire del benefico apporto di tali misteriose forze: di parere discordante era però il discepolo di Kremmerz, il dottor Bonabitacola, che affermava come i prodigi e i miracoli esibiti da Rol non fossero altro che “facchinaggio della magia”, una via di mezzo fra i trucchi dell’arte illusionistica e la suggestione ipnotica. Secondo alcuni detrattori, Gustavo Rol – che di mestiere aveva fatto per anni l’antiquario – si rendeva ben conto del potere suggestivo di oggetti e ambienti (cfr. Camilletti, 2018): entrare a casa sua dava l’impressione di trovarsi in un museo o in una mostra d’antiquariato, fra mobili, quadri, argenteria, arazzi e papiers peints. La stanza degli esperimenti era il cosiddetto salotto verde, colore fatale per il medium torinese, dove al centro c’era il tavolo rotondo. In quello stesso salotto, Rol proponeva a volte l’esperimento dei viaggi nel tempo. In penombra, dopo aver scelto un’epoca e una data, Rol diceva ai presenti di rilassarsi e immaginare di trovarsi là in quel tempo e in quel luogo. I vari partecipanti venivano invitati a proporre agli altri ciò che immaginavano. A leggere i resoconti di chi vi partecipò è assolutamente evidente che si trattava di un semplice gioco di società in cui i presenti potevano lasciar fluire le proprie fantasie creando in gruppo racconti suggestivi (cfr. Tomatis, 2003). Un parere dissonante.

La magia non è un potere che si acquisti, sosteneva con forza anche Kremmerz, ed è certo che Rol possedesse sin dalla nascita un dono medianico, una capacità sensitiva in grado di percepire realtà sconosciute ai più. Una facoltà che di fatto, però, non poteva controllare. Pochi sanno, infatti, che il grande mago torinese fosse in cura da un importante neuropsichiatra, già primario nel rinomato Ospedale Maria Vittoria di Torino; un medico che conduceva indagini sugli stati modificati di coscienza al quale afferivano come pazienti anche altri soggetti dotati di particolari capacita sensitive e/o medianiche.  Bisogna inoltre rifarsi a uno dei più noti psichiatri contemporanei, Carl Gustav Jung, per trovare un terapeuta che credeva negli extraterrestri e spiegava i fenomeni sovrannaturali e medianici quali contenuti di un inconscio collettivo in cui erano raccolti i cosiddetti archetipi, letteralmente le essenze preesistenti. Per i detrattori, un malato mentale che curava altri malati mentali. Per spiegare il termine archetipo, Jung si richiamava al modo in cui esso era stato tematizzato nella sapienza antica di origine neoplatonica ‒ il Corpus Hermeticum che considerava Dio come “la luce archetipa” e lo Pseudo-Dionigi Areopagita che parlava di “archetipi immateriali” ‒ o nella teologia di Agostino, che si riferiva alle idee originarie ed eterne presenti nella mente di Dio. Ma anche il mito e la fiaba erano creazioni linguistiche e culturali che avevano visualizzato in maniera particolarmente significativa degli archetipi. Grazie a essi gli accadimenti della storia e gli stessi eventi naturali erano intesi come manifestazioni psichiche esistenti nell’anima dell’uomo. Ciò stava a significare che ogni visione spirituale del cosmo e dell’uomo, della natura e di Dio si basava sempre su una trama di simboli che erano già presenti, anche se nascostamente, nella nostra psiche.

Possiamo quindi ipotizzare che Gustavo Rol esercitasse una forma di arte magica molto simile alla teurgia antica, quella che un Giamblico o un Proclo praticavano materializzando gli dèi e animando statue. Un’arte che forse, come credeva l’ex agente dell’OVRA Pitigrilli, poteva essere insegnata, ma che per essere praticata necessitava di un dono e di una predisposizione interiori. In seguito Rol costruirà una metafisica e una cosmologia molto neoplatoniche, fatte di spiriti intelligenti e coscienze sublimi; tutta paccottiglia per spiegare poteri ignoti impossibili da manipolare a proprio piacimento. Un orizzonte psichico, nerveo, quello che si dispiega di fronte alle visioni allucinate e allucinatorie dei medium, che sa molto di patologico; una strategia di sopravvivenza di una mente costretta, suo malgrado, a scansire le pieghe di molteplici e possibili universi. Forse per questa ragione i Magi dell’antica Persia adottavano verso il mondo sovrasensibile un atteggiamento duplice e contraddittorio. Ai tempi delle guerre persiane sembra che un manipolo di Magi mazdei al seguito della spedizione di Serse, abbia sostato nella città di Abdera, diffondendo gli insegnamenti del credo zoroastriano. A recepire i rudimenti di questa nuova spiritualità, pare sia stato Protagora (490 a.C.-415/411 a.C.), il sofista noto per la polemica contro l’esistenza degli dèi. In realtà il filosofo di Abdera rigettava la visione plastica e antropomorfica del divino, in piena sintonia con gli insegnamenti del mazdeismo antico, così poco incline a figurarsi un dio in fattezze umane: Ahura Mazdā era l’ineffabile incarnazione della saggezza celeste, il dio (bagā), elargitore dei destini (bagōbaxta); come nel gioco delle carte, egli metteva in moto i diversi vantaggi ricevuti dalla sorte, mobilitandoli nel congegno d’una fortuna cieca e inesorabile. Il padre di Protagora, il ricco Meandrio, grazie all’intercessione di Serse, ottenne che i Magi diventassero istitutori del figlio, una vera eccezione a una regola che voleva i loro insegnamenti privilegio della gens persica. Quali maestri, i Magi instillarono nel futuro filosofo e campione della sofistica, l’assillo per il dubbio e il relativismo.

La controversia sull’esistenza o meno degli dèi poteva essere infatti risolta pensando che gli stessi Magi mazdei, secondo la testimonianza di Filostrato, nel segreto dei loro sacelli invocassero gli yazata, negando poi pubblicamente di aver praticato quei riti, “perché non sembri che la loro autorità derivi dal divino” (Filostrato, Vite dei sofisti in Diels-Kranz, 2015); oppure, forse per rispetto e deferenza verso il potere regale. Un opportunismo religioso, che secoli più tardi prenderà il nome di nicodemismo. Non sappiamo se i Magi abbiano somministrato anche all’imberbe Protagora una delle loro micidiali pozioni enteogene, conosciamo però l’effetto esiziale che i dettami dei Magi ebbero sulla teologia ellenica, scardinata nella sua essenza antropomorfica e favolistica, aneddotica. La fase terminale di tutto questo argomentare visionario ha il gusto freddo e asettico dei repartini psichiatrici, luoghi in cui va in pezzi il mentalismo, fonte inesauribile di perplessità generate dalla forza magica dell’analogia col mondo degli oggetti fisici, indicati dalle parole del nostro discorso.

Tags: Federico Fellini Gustavo Adolfo Rol Magia Occulto Paranormale Parapsicologia Spiritismo Teurgia

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