Rischi insoliti per tempi normaliIspi

2022-03-18 05:36:34 By : Mr. YC Store Fixture

Qual è il panorama dei rischi internazionali per gli investitori? Sul fronte geopolitico, la pesante escalation della guerra russo-ucraina ha conseguenze economiche che vanno oltre il teatro di guerra. Veicolata lungo diversi canali di trasmissione, che spaziano dal tema energia alle relazioni commerciali, dal canale bancario-finanziario alla fiducia degli operatori, questa crisi inciderà probabilmente sulla traiettoria della crescita economica degli altri Paesi - del continente europeo e non solo -, rallentandone la solida dinamica registrata nel 2021.

È evidente che, fino a due settimane fa, stavamo raccontando una storia diversa. A due anni dall’inizio della pandemia, il contesto macroeconomico globale risultava in progressivo miglioramento, seppure ancora in maniera differenziata tra i Paesi, come riflesso dell’andamento delle campagne vaccinali. Nel complesso, la crescita dell’economia globale è in fase di consolidamento (+4,2% la attesa nel 2022), così come proseguiva la crescita del commercio internazionale di beni, tornato già su volumi superiori a quelli pre-crisi e previsto quest’anno in aumento del 4,8%.

I rischi dello scenario globale restano comunque significativi, sia sotto il profilo economico che geopolitico. Se infatti gli impatti sanitari legati alla pandemia cominciano a mostrare una progressiva - seppur lenta - riduzione, restano ancora evidenti le difficoltà sul fronte delle catene globali del valore, i rincari nei corsi dei prodotti energetici - con pesanti ricadute sull’inflazione - e gli elevati livelli di debito, che insidiano la stabilità finanziaria degli attori economici, pubblici e privati, in particolare in alcune economie emergenti.

La Mappa dei Rischi SACE 2022 evidenzia una generale stabilità del quadro dei rischi del credito globali, senza mostrare tuttavia l’auspicata inversione di tendenza dopo i marcati incrementi dello scorso anno e confermando il divario tra le fragilità dei Paesi emergenti (con una media del rischio pari a 73) e la maggiore solidità di quelli avanzati (27), rimasti fondamentalmente invariati rispetto allo scorso anno (Fig. 1). Più in dettaglio, sui 194 Paesi analizzati, sono 78 quelli che restano stabili in termini di media del rischio del credito, mentre nella media globale i 71 casi di deterioramento sono sostanzialmente compensati da relativi miglioramenti registrati in 45 economie più solide o resilienti.

Fig. 1 Mappa dei Rischi SACE 2022

Non si può non iniziare da quella che è oggi la situazione più delicata e in continua evoluzione per quanto riguarda il profilo dei rischi: Russia e Ucraina (Fig. 2). Nonostante un solido quadro fiscale e di riserve valutarie, le sanzioni imposte da numerosi Paesi a seguito della crisi con Kiev ostacolano i pagamenti nelle relazioni commerciali e finanziarie con l’estero, impattando di conseguenza il rischio di credito delle controparti pubbliche e private della Russia. Gli effetti della crisi in corso si riflettono in maniera altrettanto evidente anche sul rischio di credito dell’Ucraina.

Più in generale, sul rischio di credito, continua in particolare a pesare la dinamica di crescita del debito a livello globale degli ultimi anni (al 350% del Pil globale), dovuta anche alle necessità di spesa legate alla pandemia, la cui sostenibilità può - specie in alcuni mercati emergenti - essere messa in discussione dal riorientamento delle politiche monetarie della FED: l’aumento di 1 punto percentuale dei tassi americani atteso nel 2022 potrebbe determinare un incremento della probabilità di insolvenza delle società non finanziarie nei mercati emergenti, in media, del 6%. Un relativo aumento del nostro indicatore del rischio di credito corporate è visibile, ad esempio, in economie più solide, come ad esempio la Cina: il Paese del Dragone ha permesso l’accumulazione di elevati livelli di debito da parte del settore delle imprese non finanziarie, per le quali è attesa una minor tutela da parte del governo, sempre più deciso a ridurre gli squilibri finanziari attraverso una regolamentazione più attenta e una migliore disciplina (riducendo anche i salvataggi aziendali a opera dello Stato).

È aumentato il rischio del credito per quelle geografie che, già alla vigilia della crisi pandemica, presentavano fondamentali macroeconomici deboli o una traiettoria del debito pubblico in rapida crescita e che si sono quindi ritrovate ad affrontare ingenti fabbisogni finanziari con risorse limitate. Questo è ad esempio il caso del Ghana, dove il repentino incremento dei rendimenti sugli Eurobond a partire dal secondo semestre del 2021 è la spia più evidente della fragilità della situazione debitoria; o anche dello Sri Lanka, in cui le politiche espansive del governo Rajapaksa, a fronte dell’incremento rapido dell’onere debitorio, stanno mettendo a rischio la capacità di rimborsare le proprie passività nel breve termine. Resta più complessa la situazione di Paesi in cui l’epidemia e i suoi impatti hanno esacerbato le criticità preesistenti sia a livello economico che politico (come in Bolivia o Turkmenistan) o laddove la situazione economica è altresì compromessa da criticità di natura più prettamente politica (dal Myanmar al Libano, senza tralasciare altri esempi come Etiopia o Tunisia).

Di converso, una maggiore stabilità del rischio di credito globale è registrata per i Paesi avanzati e per alcune economie maggiormente resilienti: l’Arabia Saudita, pur muovendosi in un contesto relativamente teso dal punto di vista delle relazioni internazionali, mantiene una traiettoria positiva grazie al consolidamento dei conti pubblici e alle ampie disponibilità finanziarie. Gli elevati corsi degli idrocarburi, uniti al timido recupero dei flussi turistici (favoriti anche da Expo Dubai 2022), sono all’origine del miglioramento degli Emirati Arabi Uniti, dove permane ancora qualche fragilità legata al settore immobiliare nell’emirato di Dubai. L’India prosegue nello sforzo di consolidamento, orientato in particolare verso le componenti private e bancarie: elementi a favore di un outlook positivo provengono dall’incremento degli incentivi fiscali e operativi del governo in settori chiave, come l’automotive (con l’obiettivo di orientare sempre più produzione e consumo verso i veicoli elettrici), i prodotti elettronici, la farmaceutica e il tessile. Prosegue anche l’ambizioso piano di investimenti in infrastrutture lanciato da Modi nel 2019, che potrà creare importanti opportunità di business nel settore delle infrastrutture energetiche. Il 2022 offrirà opportunità di miglioramento, seppur in misura minore, anche per Perù, Marocco e altri Paesi africani minori (come Benin e Costa d’Avorio) che registrano più o meno timidi segnali di ripresa nel contesto politico-economico.

Fig. 2: Come cambia il rischio del credito

Il profilo dei rischi politici evidenzia un peggioramento, specie nella determinante della violenza politica. Tale tendenza che non stupisce se si pensa all’ampia lista di conflitti di varia natura occorsi nel 2021 e in questi primi mesi del 2022. Nel complesso, a fronte di 38 casi di miglioramento, gli indicatori di rischio politico peggiorano in media in 82 Paesi e restano stabili nei restanti 74 (Fig. 3).

In Europa Orientale, il contesto politico in Russia risente del quadro sanzionatorio, attuale e atteso, e delle possibili risposte del Cremlino. In particolare, l’incremento del rischio di convertibilità e trasferimento di valuta riflette la recente adozione da parte russa di misure di controllo sui movimenti di capitali in valuta estera, sullo sfondo delle limitazioni alla disponibilità delle ingenti riserve valutarie del Paese, che potrebbero ulteriormente acuirsi a seguito dell’esclusione dal canale SWIFT del sistema finanziario nazionale. Parimenti, il rischio di esproprio aumenta sulla scia delle eventuali possibili ritorsioni sugli investitori internazionali per le sanzioni imposte a Mosca, traducendosi in azioni di confisca senza adeguate compensazioni o in eventi di creeping expropriation.

L’Ucraina sconta in maniera evidente l’intervento militare della Russia. I reali impatti sull’economia non sono chiaramente noti, trattandosi di un evento attualmente in corso e in continua e repentina evoluzione, ma non è difficile immaginare che anche in presenza di una risoluzione rapida del conflitto, le controparti nel Paese saranno più in difficoltà a onorare i propri debiti. A parziale mitigazione di questo aspetto, va considerato il supporto finanziario internazionale a favore di Kiev.

In Kazakistan le rivolte popolari contro il governo e la connessa instabilità politico-istituzionale hanno condotto al rialzo dei punteggi della violenza politica.

Molto frastagliato il quadro del rischio di violenza politica in Africa, che tra il 2021 e l’inizio del 2022 ha contato cinque colpi di Stato militari: Ciad, Guinea, Mali, Sudan, Burkina Faso. L’Etiopia, a oltre un anno dall’inizio del conflitto tra Addis Abeba e il partito dell’etnia Tigrè, resta il principale focolaio di crisi umanitaria nel continente africano. In Tunisia si è assistito a un aumento delle proteste a causa del peggioramento degli standard di vita esacerbato dalla pandemia. I Paesi che si affacciano sul Golfo Persico mostrano di converso una diffusa stabilità politica, sebbene sia sporadicamente aumentato il rischio di attacchi terroristici, per lo più provenienti dallo Yemen.

In America Latina non è da escludere una nuova ondata di proteste nel corso del 2022. Il calendario delle elezioni di quest’anno prevede due appuntamenti di grande rilievo: le presidenziali in Colombia nella tarda primavera e quelle in Brasile a ottobre, tradizionalmente caratterizzate da una forte polarizzazione interna e dal rischio di una riacutizzazione di tensioni politiche.

L’area asiatica riporta un livello di violenza politica relativamente contenuto, sul cui peggioramento tuttavia ha pesato la persistente conflittualità del Myanmar e le violente proteste che hanno caratterizzato Hong Kong nell’ultimo biennio.

Fig. 3 Come cambia il rischio politico

In questo scenario economico e politico, come una sorta di filigrana sempre più in risalto nello sfondo della Mappa, il rischio di cambiamento climatico segna nuovi incrementi, come evidenziato dalla maggiore frequenza di eventi ambientali estremi. È quanto emerge anche dalla lettura degli indicatori SACE sviluppati dallo scorso anno con Fondazione Enel, che evidenziano valori di rischio molto alti in particolare nelle regioni asiatiche e dell’Africa Subsahariana, suscettibili più di altre al verificarsi di fenomeni atmosferici estremi (Fig. 4).

Le evoluzioni negative del clima e il loro impatto sulle risorse naturali si ripercuotono inoltre sulla stabilità politico-sociale e sul benessere delle popolazioni, favorendo tensioni tra le comunità locali. Ad esempio, vale per l’Africa del Nord e Subsahariana, soggetta a fenomeni di siccità e desertificazione, come in Nigeria, (in cui il rischio di violenza politica è passato da 79 a 80 e quello climatico a 79, rispetto alla media dell’area a 66), oltre a Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, dove scontri tra pastori e coltivatori sono acuiti spesso da infiltrazioni di gruppi islamisti o forze antigovernative e sfociano in episodi di violenza. Nel Sud-Est asiatico gli impatti del cambiamento climatico hanno esacerbato le già forti divisioni etnico-religiose interne, come in Bangladesh (con un rischio climatico pari a 95, rispetto alla media dell’area di 70), dove l’aumento delle alluvioni ha provocato il dislocamento dalle aree rurali a maggioranza hindu verso le aree urbane a maggioranza islamica, determinando aspri scontri; in Indonesia (rischio climatico pari a 83) l’impoverimento del potenziale ittico ha incrementato gli episodi di pirateria a danno dei pescatori locali.

Fig. 4 Il rischio di cambiamento climatico nelle aree geografiche

Nota: Rischio climatico 0 = rischio minimo; 100 = rischio massimo.

Fonte: SACE e Fondazione Enel

Come ribadito nell’ultima COP-26 di Glasgow, nell’ambito della lotta al cambiamento climatico e della connessa transizione energetica, l’inazione non è una strada percorribile. Un recente studio dello Swiss Re Institute mostra ad esempio come, in mancanza di un’azione decisa e coordinata tra i Paesi e nel caso in cui gli obiettivi dell’accordo di Parigi non fossero raggiunti, nei prossimi due decenni potremmo vedere compromesso oltre il 18% del Pil mondiale, con punte del 28% nel continente Africano e del 37% nell’area ASEAN.

La transizione energetica risulta pertanto l’unica strada percorribile per un futuro più sostenibile, non solo da un punto di vista ambiental ma anche economico. Occorre quindi mettere in atto le opportune politiche di investimento, sia a livello macro di politiche pubbliche sia a livello micro di investimenti da parte delle imprese, necessarie per efficientare i processi produttivi e raggiungere gli obiettivi fissati in ambito nazionale e sovranazionale.

In conclusione, in un anno caratterizzato da rischi ancora elevati, una strategia di internazionalizzazione risulterà vincente nella misura in cui saprà tenere conto delle criticità sotto il profilo, multidimensionale, dei rischi - soliti e insoliti e in questi tempi più che mai insoliti -  e anche delle opportunità offerte dalla transizione. In questo modo le imprese italiane potranno continuare a crescere sui mercati in maniera competitiva, sicura e sostenibile.

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